“Tommy è sempre oltre la linea gialla che ossessivamente cartelli e annunci ci ricordano di non oltrepassare, pena la fine della vita. Tommy per tutto il suo tempo non fa che ondeggiare tra la vertigine del binario vuoto e la folata di vento risucchiante del convoglio che passa a folle velocità. Noi siamo stati educati a rispettare le linee gialle e, quando le oltrepassiamo, lo facciamo con la consapevolezza di disprezzare delle regole basilari a cui siamo stati imbullonati sin dal concepimento. Lo stesso vale persino per quelli tra noi nati e allevati in ambienti marginali, in famiglie molto problematiche, se non apertamente delinquenziali. La linea gialla esiste per tutti, c’è chi la vede come salvaguardia, c’è chi fonda la propria autostima sulla capacità di ignorarla e di vivere pericolosamente. Comunque sia, entrambe queste due categorie umane sono condizionate da una linea gialla. Tommy è come un daltonico, per lui la linea gialla non c’è, o meglio, è affogata nel grigio incolore della banchina. Non c’è la linea gialla e quindi non c’è una zona di sicurezza, non c’è una regola che salvaguardi. Non c’è un territorio pericoloso, non c’è un treno in arrivo che potrebbe farci a pezzetti. Di quel treno c’è il rumore, lo sferragliare, il fischio, la folata della velocità… Non esiste però l’idea della materia solida che precipita d’impeto annichilendoci. “

Gianluca Nicoletti per me è mitologia, è una voce di molti anni fa, dei tempi in cui scrivevo una tesi sulla radio. Poi non ho più ascoltato radio (e mi dispiace) e non ho più seguito la sua carriera. Ora leggo Nicoletti su La stampa e lo seguo nel suo impegno sempre più marcato sui temi della disabilità. L’ho già scritto molte volte: trovo che dal mondo della disabilità arrivino segnali di incredibile vitalità e germi di cambiamento, un fermento orientato alla civiltà che non vedo in altri ambiti. Osservo e provo ad imparare, ma sono ancora fuori dalla staccionata. Forse arriverà il giorno di un coinvolgimento diretto, più avanti. O forse già alcuni incontri per measachair sono un modo di essere piccola parte attiva. Poco importa, importa capire almeno un po’ e questo libro è un piccolo tassello.
Nicoletti è il papà di Tommaso, un ragazzone autistico di quattordici anni con i capelli profumati di muschio e una passione l’i-pad. Un figlio secondogenito che ha eletto lui come punto di riferimento, tra tutti, che lo ha scelto per un rapporto esclusivo, a volte sfibrante e certamente pieno di indicibile amore. Un amore che si sente forte forte in molti dettagli (“In questo caso mi ritengo fortunatissimo, ho avuto in dotazione un autistico «modello affettuoso». È veramente una sensazione unica sentirsi dare una carezza disinteressata tra i capelli, magari mentre guidi, da un figliolo gigante con accenno di barba“).
L’autismo appare come uno specchio rimbalzante. “Un figlio autistico è un fantastico rivelatore di umanità grottesca. Di fronte a Tommy cade la maschera.” E se l’autistico è completamente disinteressato alla comunicazione, il mondo che gira intorno a lui si arrovella, prova frustrazione, soffre. “Eppure mi sembra lampante immaginare l’autistico come il prototipo della libertà assoluta. Non mi stancherò mai di ripetere a me stesso che vorrei essere come Tommy rispetto al mio prossimo. Chi è più libero di lui, che non si è mai sentito soffocato dal rimorso per aver detto o fatto qualcosa che ha incrinato un qualsiasi rapporto con un suo simile? Quante volte avremmo preferito che ci fosse cascata la lingua piuttosto che aver pronunciato certe parole fatalmente dirompenti in un rapporto di lavoro, di passione, ma anche di banale conoscenza? Tommy non avrà mai il rimpianto di non aver detto o il bruciante rovello di aver detto troppo: lui non dice e basta”.
In questo libro ci sono righe tenere, brani crudi, spaccati di scabra verità. Ma tutto questo me lo aspettavo, insieme all’ironia e alla pacatezza gelida che riconosco all’autore. E io, lettrice? Cosa mi ha fatto apparire lo specchio dell’autismo? Nel corso della lettura mi sono spesso sorpresa a confrontare l’adolescente Tommaso e la mia bambina ben più piccola, Nicoletti-padre e io-genitore. A leggere storie di figli disabili il paragone con il proprio figlio “normodotato” viene, inutile nasconderselo ipocritamente, un bel respiro di sollievo lo si fa, eccome. Ma questo succede se si ragiona in termini generici. “Protezione”, “autonomia”, “futuro”: si analizzano queste voci e apparentemente si tira il fiato.
Poi però c’è la singola storia, per di più ben raccontata. E lì il confronto cade, impossibile sottrarsi all’immedesimazione. Una testa che si accuccia sulla spalla e gli occhi grandi persi in chissà quali pensieri mandano in cortocircuito emotivo, sebbene sia cura di Nicoletti non indulgere in tenerezze smaccate. Scatta la rabbia per tutto ciò che manca o si può migliorare nella situazione delle persone autistiche e delle famiglie coinvolte: luoghi adatti, personale competente, tempo impiegato in modo costruttivo. E’ un libro in cui ho letto urgenza e una fragilità consapevole, umana e bella. Quel che più mi importa sottolineare è che vi ho visto laicità – evviva! -, necessità di affrontare la situazione subito, poiché nessuna condizione di disagio porterà santità futura! I figli non ci salvano, come dicevo già qui, e ci pongono domande a cui dobbiamo necessariamente rispondere nell’immediato. Domande anche silenziose, nel caso di Tommy, che hanno sempre a che fare con la loro, con la nostra felicità. Senza ricatti, sensi di colpa o contropartite.
“Io so che mio figlio è felice quando mi accarezza la nuca senza motivi apparenti. Me ne accorgo quando si stende sui cuscinoni e può guardarsi in pace tutti i video di YouTube che crede, senza il fratello che gli si mette accanto per imporgli quelli che piacciono a lui. Tommy è sereno quando sente affetto che non chiede verifica o risposta. Non mi sembra poco. Potessimo tutti sentirci amati senza dovere necessariamente corrispondere, saremmo visceralmente appagati anche di una carezza… Siamo invece sempre ingabbiati in patti di sangue per cui dobbiamo ricambiare ogni milligrammo di attenzione che un nostro simile ha la generosità di attribuirci. È una vera schiavitù, chiunque ne è condizionato. Si pensi a quanti occhi da cane bastonato abbiamo avuto davanti nella vita, ogni volta che qualcuno ha voluto farci sentire il peso della nostra indifferenza, o della non perfetta corrispondenza con quello che ci veniva contrabbandato come emotivamente speso in nostro favore. “
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Questo post partecipa al Venerdì del libro di HMM . Parlo o cito le parole degli altri anche qui.