L’avevo scritto qui, tra le righe: avrei lasciato depositare l’immagine di un uomo che muore su una spiaggia. Nel frattempo è già un accumularsi di inizi e stimoli e percorsi ritrovati. Misuro un’energia inconsueta e da domare ed è tutto un sottolineare, annotare e rimandare e mettere in piedi partenze e assistere con occhi sorridenti a nuvole rosa che smuovono il cielo.
In tutto questo, non si dovrebbero leggere libri in cui si parla delle parole e delle ombre e delle luci in modo preciso, esatto e colto, perché la testa si riempie di inibizioni e la vergogna a metter giù due righe prende la forma di un signore veneziano molto serio che zitto mi guarda e scuote la testa. Ma che fai? mi dice. Prima studia, leggi(mi), medita, soppesa, apri gli occhi, guarda fuori e dentro, ritrovati, fai i conti con chi ha usato parole prima di te. Ma no! sei inutilmente generica, semplifichi, cos’è tutta questa concretezza senza profondità, tutto questo peso senza valore, questa ironia inconsistente. La leggerezza preziosa è altro – insiste, impietoso. Sei sicura? – chiede infine. Lui, che è per l’esattezza, mi lascia lì impalata con una domanda aperta a tutte le interpretazioni.
Oh senta, signore, è un semplice post sulle vacanze – provo a difendermi. Con lei e tutti quelli bravi come lei farò i conti più tardi, questo lo prenda come l’ingenuo e dovuto omaggio ad un uomo non illustre un po’ sfigato, a cui invece di Pontiggia è toccata la sottoscritta che passava di là per caso.
Ed ecco.
