Alla maniera di una volta

Tre figli. Da ritirare in tre scuole diverse. Araba? no, sudamericana. Perché velata? boh , ma che stile, che colori, che zeppe arcobalenate. Il viso è magnifico, gli occhi vivaci, la chiacchiera sciolta. Quel velo non sta lì per nascondere ma per contornare. Strati sottili e trasparenti, nell’insieme una cornice che fa risaltare la bellezza di questa mia donna di oggi. Lei che attraverso i colori, la parola e lo sguardo furbo si esprime e cerca visibilità nel capannello davanti alla scuola. Più calma delle altre, più femminile di tutte noi, vuole farsi conoscere, vuole piacere. Il suo tono di voce e il ritmo lento, lento come l’aprirsi di un sorriso che poi rimane, sono storytelling, quello vero e ammaliatore. Che parola abusata, che inutile esterofilia “storytelling”, credo la abolirò. “Raccontare storie”, raccontarsi, basta dire così, è più che sufficiente. Lo facciamo ogni giorno, nei contesti più diversi, e accade anche quando stiamo in silenzio. Accade quando abbiamo un pubblico, anche una sola persona ad osservarci. Rido di chi si atteggia, dei diecimila scrittori mancati e dei centomila blogger, dei progetti dove la narrazione è orientata con sapienza dall’ottica commerciale. Rido di me che mi arrabatto senza direzioni precise. Qui finisce che le uniche storie interessanti da leggere sono le facce e le spalle stanche e le fronti aggrottate davanti ai cartelli della scuola primaria, sono la rete e gli snodi su cui corrono le informazioni minime per affrontare l’avventura che ci accomuna. Che sia l’avvio della scuola, il lavoro, la vita: si racconta per  cercare alleati e per sopravvivere.