Ma dove vanno i gelatai d’inverno?

Il mio, quello sotto casa, va in Florida. Dice che ha comprato una villetta in cartone pressato, costata niente signora!, e che là si sta bene. Dice che l’americano non lo parla ma son tutti gentili e lo capiscono. Ha anche qualche rapporto di vicinato. I figli universitari stanno a Milano, là non ci vanno mai perché è un posto di vecchi. Però c’è la piscina. Continuare con i gelati, non vogliono. Figurarsi se val la pena di tenere aperto d’inverno, mi dice come se fosse ovvio, e mi si imbroglia in un discorso di tasse con qualche puntello storico e un cenno a detrazioni retroattive imposte da Amato, tanti anni fa. Dice le parolacce, il mio gelataio, poi però si scusa.

Mi viene in mente perché un’amica ha molta voglia di portarmi in una gelateria, domani 16 gennaio, e io la capisco perché il gelato è calorico quindi o è buonissimo o che lo mangi a fare, un gelato approssimativo? Ma la gelateria è chiusa, comunica affranta, anche se ce n’è una aperta non male e allora andremo lì.

E dunque da ieri sera sto qui a chiedermi dove vanno questi gelatai d’inverno? Sembra un esercizio di scrittura per parafrasare Salinger, senz’altro qualcuno avrà già affrontato la spinosa questione ipotizzando vite avventurose. Non mi curo di verificare, gli esercizi di scrittura mi danno l’ansia.

Torno con il pensiero ai gelatai veri che vanno a vivere l’estate non vissuta qui, a mangiare junk food molto salato, a cuocersi di sole protetti da creme un po’ più fluorescenti delle nostre. L’estate spostata dei gelatai è un po’ quella di noi che nel grigio di questi giorni decidiamo di chiacchierare davanti a pistacchio e fior di latte – che sarà buono, mi si assicura – anche se non il migliore. Perché le gemme sugli alberi ormai ci sono e ho dichiarato ufficialmente chiuso l’inverno, non voglio sentire ragioni. La primavera la salto, anche questa faccenda delle stagioni che non ci sono più mi sembra già ampiamente esplorata e poi ho poco tempo, voglio usarlo bene.

Son giorni di stasi, il respiro è calmo. Nel tardo pomeriggio mi chiamano i miei genitori dalla riviera: “Ascolta, ti facciamo sentire il mare”, dice mia mamma. Al mattino invece la mia bambina non fa altro che guardarmi mentre mi trucco, è affascinata dal rimmel. Più che dall’idea di scurire le ciglia, vagamente peccaminosa (le ho fatto una testa tanta sul fatto che le bambine non si devono truccare, che sono belle così) le piace il fatto di orientarle all’insù per ingrandire gli occhi. Ha deciso in autonomia che quello è lecito e la osservo armeggiare con il pettine per i capelli. Quale mare le farò ascoltare un giorno, quando anche per lei sarà estate?

Sto imparando a vedere. Non so perchè, ma ogni cosa penetra in me più profondamente e non rimane là dove, finora, ha sempre avuto fine. Ho una vita interiore che non conoscevo. Ora va tutto là dentro. Non so cosa vi accada.

Rainer Maria Rilke, from The Notebooks of Malte Laurids Brigge