L’àncora

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Alla festa del liceo s’aggirava sperduto nella palestra addobbata. Schivando le gare di rutti e attraversando i capannelli delle ragazze tutte permanenti, spalline imbottite e guanciotte truccate, si distingueva per essere un gran camminatore. Muoveva passi lenti fingendosi alla ricerca di qualcuno, una lattina di cocacola stretta in mano, poiché camminare con aria indifferente gli pareva atto più disinvolto che stare appoggiato alla parete. Dunque macinava chilometri sperando che il supplizio finisse presto e grato alla sua coca.

Dopo molti anni, c’erano giornate in cui si sentiva ancora così: sperduto e desideroso che il supplizio finisse. Era stancante provare un generico schifo per la maggior parte delle cose in cui era immerso. Umiliante, anche, ma guai ad abbandonarsi ai bilanci nei giorni di pioggia e di sciopero dei mezzi. “Ti bagni, vieni sotto!” – disse la signora di colore di mezza età dall’accento francese e dal grande ombrello. Il gesto di gentilezza a casaccio che tutti predicano aveva la pelle scura e gli occhi stanchi, quella sera. In alternativa ad una doccia inquinata, gli si prospettavano duecento metri spiazzanti di passaggio e vicinanza fisica non cercata con una sconosciuta. Duecento metri in cui mettere poche parole per disegnare due vite: un po’ di empatia gli sembrava il minimo per sdebitarsi, aveva pensato distendendo la fronte. “Cosa fai?”, e ci misero dentro tutto, le parole essenziali, il buono e la noia, la fatica e la dolcezza, e Milano Milano Milano.

Ci sono sere in cui la civiltà sembra l’unico modo per non impazzire, ma essere civili implica scambio e non è facile, proprio no, trovare interlocutori. E allora si prova a caso e a volte funziona. “Tienilo, a me non serve, al massimo lo lasci a qualcun altro se non ce l’ha!”. Quella sera la gentilezza di cui tutti abbiamo bisogno aveva la voce morbida e gutturale, gli occhi sapienti e un saluto allegro. A lui restarono la vita di una sconosciuta riassunta in poche parole e un ombrello gigante di produzione cinese.
“Scrivilo”, mi chiese, “raccontalo, non voglio che si perda”. Sembrava importante per lui e per noi. L’ho fatto a modo mio, forse scrivere serve anche a questo, a fissare le àncore più o meno inconsapevoli che si presentano a salvarci.