Di solito non conservo le cose. Non conservo quasi nemmeno i ricordi, se è per questo, piuttosto li seppellisco giù in fondo alle dita dei piedi e ci danzo maldestramente sopra, calpestandoli un po’. Oppure me li butto alle spalle a spizzichi, come fanno i superstiziosi con il sale. A volte fa comodo a volte no, perché succede che si ripropongano attraverso filtri strani, di solito mostrando il lato più spiritoso o grottesco. Microepisodi più o meno strambi da cui i sentimenti negativi sono evaporati in gran parte, resta una pischella tontolona che afferra sempre troppo tardi le situazioni, gli ambienti, i personaggi.
Il biglietto da visita del signor Atieh, invece, lo conservo da quattordici anni. Lo tengo prima di tutto per motivi tipofili. Non mi era mai capitato e non mi capiterà mai più di ricevere un biglietto da visita profilato con il ghirigori d’oro come i piatti del servizio buono di mia nonna. Per non parlare della precisa corrispondenza tra l’impostazione grafica del biglietto e la persona rappresentata. Uguali. Precisi. L’Hamad era molto arabo, col baffetto sottile, svolazzante nei modi e nell’inglese. Non di certo minimal nell’intrattenermi. Cosa mi abbia raccontato io l’ho rimosso, ricordo solo che mi ha occupato un po’ di tempo e per questo gli porterò eterna gratitudine. Eravamo ad una fiera di settore (roba tecnica, macchine industriali) in cui sono stata tre giorni da sola a presidiare un piccolo stand marginale per dimensioni e servizi proposti, un gabbiotto che non interessava a nessuno, nonostante i portentosi faretti che mi friggevano. Ero la piccola fiammiferaia che sudava in tailleur pantaloni di fronte ad una ben più interessante macchina incellofanatrice, perciò benvenuto signor Atieh, caro logorroico incomprensibile, fammi passare sta mezz’ora, ti asseconderò e giuro, quando un giorno avrò un blog ti renderò famoso. Beh, famoso… famosetto. Noto. Registrerò la tua presenza nel mondo. Insomma accontentati, Atieh, non è che da allora ho fatto carriera, anzi.
Ripongo il prezioso feticcio tipofilo nel portafoglio, a ricordarmi che sono stata anche quella là, e aspetto martedì quando sarò di nuovo alla Fiera di Bologna, tutta diversa e tutta nuova. Questa volta il biglietto da visita sarà minimal e sarà mio, anche se non riporta stampato il mio nome ma una sedia. Nessuna macchina industriale, ma sempre industria (culturale). Addirittura un trolley per raccogliere nuovi feticci. Alcune facce amiche da incontrare e tante cose più interessanti di una macchina incellofanatrice. Che però fa rima con più felice, perciò ha avuto un senso anche lei in tutta questa faccenda.
