Quello che succederà sabato all’Incantastorie non lo so, sarà bello e (anche) un vortice.
Genova, vicoli, un mercato coperto. Gente, tanta ne è passata e tanta ne passerà. Voci, storie, De Andrè che volta le carte e canta di una Prinçesa. Sapori, profumi, odori. Chilometri zero e spezie aeree. Ne porto una valigia piena da Milano, trovate senza fatica, e la mia Milano è una città mondo, dove c’è chi si ferma e chi transita. Genova è sempre stato un posto così, mi risulta. Zena e la Ghisolfa si fondono nelle parole e nelle rime bambine, le dita questa volta non saranno impegnate a contare le sillabe ma a tocchicciare erbe strane e polverine colorate. Tutta roba legale, promesso. Il gruppo di bambini (tanti!) iscritti al laboratorio è composto soprattutto da piccini, forse giocheremo un po’ meno con le rime e un po’ più con i materiali e i profumi. E forse da lunedì ci saranno più famiglie italiane a comprare nei negozi gestiti da cinesi, africani, filippini. Ieri sono stata dieci minuti a discutere di sfumature ocra, arancio e rosso mattone con il signore pachistano del botteghino sottocasa. Ci teneva a farmi scegliere bene. Anche la ragazza del market cinese ha voluto sapere cosa avrei fatto con le foglione che risultano lisce da una parte e pungono se accarezzate contropelo, proprio come le gambe delle donne che vanno di fretta. “Non so bene” le ho detto, “le uso con i bambini, faremo cose”. Ha riso di me. Speriamo ridano anche gli scafatissimi bimbi genovesi, che tante ne hanno viste attraverso il loro dna disincantato.
Intanto rimiro le macchie profumate sperimentate da mia figlia, aggiungo sottili linee nere, ci vedo geisha e animali, ci vedo mappe di tesori lontani, ci vedo quello che il mio immaginario ha accumulato e un’infinità di ombre velate e calde, che non fanno paura.

