
Milano, zona Portello.
Intervento di Emilio Isgrò su un passo tratto da Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori. Un bassorilievo lungo 23.40 metri e alto 2, 47, un nuovo testo vivissimo con parole di mezzo secolo fa – le parole sopravvissute si possono toccare, vi cadono sopra le foglie – vicino al vero ponte della Ghisolfa, quello vecchio, e al nuovissimo ponte pedonale che lo sovrasta. In una rete di linee che si intersecano, ragionando sulla speculazione edilizia, incrociando l’architettura, l’arte, ascoltando gli echi della letteratura del novecento, proiettando ombre nei giorni dei morti e dei santi. E tutto – parole, cemento, ex vite ed intenzioni – mi sembra vivo e al di là dell’utile/inutile, del bello/brutto, del giusto/sbagliato. È banalmente forma del tempo che passa e in questi giorni complicati, dove le domande non trovano risposta, risulta comodo ripassare ritmi semplici e inalterabili.
Ho ereditato i racconti della Ghisolfa per osmosi, ascoltandoli da chi li ha vissuti e appare tra le righe come comparsa. Ho ascoltato il buono e il meno buono di quelle voci, l’orgoglio e la retorica, lo sfaldamento della vecchiaia. Con un distacco che mi ha protetto da un carico emotivo eccessivo, ho fatto in tempo ad annusare l’odore di quelle case popolari, che ora irradiano profumi più esotici e lingue misteriose, occhi giovani e logiche indecifrabili.
Noi che camminiamo in questa piazza senza alberi, che abitiamo queste vie di sconosciuti, siamo le attuali comparse di un testo che si riscrive in continuazione.
>>> aggiornamento: segnalo l’intervento dello stesso Emilio Isgrò a seguito dello scambio avvenuto nei commenti a questo post
