Sono una tipofila teorica, di solito. Guardo, vorrei, non faccio per vari motivi. Oggi mi sono regalata due ore abbondanti di workshop di legatoria “con mezzi di fortuna”, come dicono gli organizzatori.
Abbiamo sperimentato la rilegatura giapponese (in tre varianti)

e la rilegatura copta

E ora a casa, senza punteruolo, ho assemblato un piccolissimo progetto. Era urgente. Ce l’avevo lì, da giorni, mentre smantellavo un archivio. Carte, pratiche, danni, fotografie di roba rotta, moduli autoricalcanti, patina vintage, persone che non ci sono più, persone che si sono dimenticate dei propri meschini guai. E poi l’allegro caos dei pastelli a cera di mia figlia, munariana senza saperlo. E una pagina di narrativa, una qualsiasi.
Perché la carta racconta storie anche solo con la consistenza e l’odore, le pagine hanno un prima e un poi, come un racconto, e una voce e un rumore. Smonto, rileggo il passato, rimonto, regalo un senso nuovo in quel filo rosso scuro che tiene insieme con rigorosa semplicità. Quel senso che conosco solo io e che è sempre più un capitolo chiuso.

Un esercizio urgente, ecco, con i buchetti praticati con un coltellino da cucina e non con il punteruolo. Migliorerò, o forse non rilegherò mai più, chi lo sa? Ma intanto l’ho fatto, e solo io so quanto ho bisogno di fare. E terminare progetti, anche minimi.
Quanto alla carta che racconta anche senza racconto, se l’argomento vi interessa suggerisco la lettura di questa intervista che spiega il progetto Edizioni Precarie.
nota: ovviamente non ho parlato di quando al workshop mi si è sfilato l’ago, mi si è annodato il filo, ho sbagliato cucitura, eccetera. eccetera.
