Di Voghera era un prozio visto solo una volta, esotico nella mia percezione di bimba piccolissima: gli mancava un dito perché aveva esercitato la professione del panettiere che si sa, non è un mestiere da tutti, e per di più aveva una moglie francese. Credo sia tuttora il parente più eroico che posso vantare. Ogni volta che mi capita di mangiare un pane all’olio di grande formato, la crosta liscia e asciutta, la forma a bitorzoli, la mollica friabile, quel pane diventa il pane del misterioso zio di Voghera ed è come l’avesse inventato lui. Buono è buono, sarà quel pizzico di sacrificio umano, sarà una ricetta segreta sussurrata dalla signora francese, sarà che a Voghera il pane ha tutta un’altra aria, forse già un’aria di mare.
Perché, pane a parte, lo zio di Voghera si nominava almeno una volta all’anno imboccando la strada per la Liguria. Che da zero a quindici anni significava Vacanza.
Penso al pane, a Voghera, alla Liguria mentre sono su un treno che per via arzigogolata mi porterà a Lucca. Porto Marta con me. Sarebbe meglio dire che mi accorgo, improvvisamente, di essere Marta.
Sosta per pranzo.
Divoriamo veloci
pane e vacanze.
(ill. Giuseppe Braghiroli)

E sarà l’estate incombente su questa primavera indecisa, saranno gli appetibili programmi saltati di questo fine maggio pieno di tormenti, ecco che sento prepotente il richiamo del mare italiano, la spiaggia per famiglie, le cabine in cui depositare materassini a forma di coccodrillo.

Dopo Genova, l’Intercity mi fa vedere la Liguria dall’alto. Le chiese a righe, le verande condonate, Monterosso, le gallerie, i molti turisti stranieri. Crisi economica? Eh? Ho sette anni, il mio papà è un artigiano che ha incominciato ad ingranare, la mamma non lavora e ci possiamo permettere sobrie vacanze in sobri alberghetti a gestione familiare.
Poi la Liguria sfuma nella Toscana. Ritorno adulta, ritorno al futuro. Quello della mia nascente professione autonoma. Ingranare, oggi, non permette troppe previsioni. Cerco conferma nei faccini dei bimbi che hanno giocato con me.
Tempo di rientrare. Piccola sosta a Viareggio in attesa di una coincidenza. In questa stazione che risuona di gabbiani, siamo negli anni sessanta. Il tempo è immobile come il pianoforte nella sala clienti del bar. È lì, forse in attesa di Fred Bongusto. Obama se la ride.

Aspetto bevendo acqua fresca gassata e riorganizzando i pensieri. Quelli nitidi dei bimbi piccini:
Una bambina sta nel prato. È contenta? No, è arrabbiata. Perché? Perché sì.
Quelli comparativi dei più grandi:
A mio papà dentista la fantasia non serve.
Sicuro?
Si riparte. Ma già a Genova scopro che Milano mi chiama con lentezza, anzi si prende proprio tre quarti d’ora di ritardo. E allora resto ancora un po’ qui con Marta, pensando all’estate.

