Stacco.
Basta aule, basta bimbi, basta haiku. Ci vuole una mostra: temi adulti, complessità e magari provocazione. La neve del mio amato Morbelli o Marras in Triennale? Oggi scelgo Marras. Mi immagino vestiti, fotografie, forse qualche scultura assemblata, un inevitabile tono autocelebrativo.
Sbagliato.
Attraverso un sipario di giacche nere e sonore

e una barriera bianca profumata di lavanda, dal suono più leggero

Ed ecco un grande spazio, una mole di collage, taccuini, libri d’artista, dipinti. Riconosco Maria Lai e Carol Rama, conosco Antonio Marras per come ha voluto rivelarsi. Interessante.

China e caffè. Ombre. È a questo punto che incomincio a riconoscere me, e questo mi è del tutto inaspettato.

Due sono i punti della mostra che mi scuotono fino alla commozione.
L’installazione percorribile che rappresenta la scuola, con la maestra stremata, i fantocci buffi e tragici seduti e debordanti rispetto al banco, i libri di filastrocche che li supportano, le paure disegnate, l’adulto cattivo dietro la lavagna. Ci sono alcune cuffie: ecco una anziana voce femminile che recita una maestra tradizionale, urlante, isterica. È una finzione, i bambini collaborano e ridacchiano, l’alone di angoscia si scioglie nello scherzo.
Però caspita, quegli alunni senza forza mi riportano alla mente il ragazzino cinese dell’altro giorno, che non capisce una parola perché appena arrivato in Italia: mentre i compagni partecipano divertiti al mio laboratorio, appoggia la testa al banco, lo sguardo perso. Un’occasione persa.

E quell’appello martellante e le risposte in coro? Bimbi burattini, la distinzione tra chi fa bella figura e chi no.
Quanto è distante quella scuola arcaica dalla nostra? Quanto è facile scivolare nella mancanza di ascolto? Basta un attimo. Anche un laboratorio espressivo, per fretta o sopravvento dell’ego adulto, può trasformarsi in un’attività routinaria e “imboccata”.
Esco da questo spazio scossa e in allerta.




La seconda installazione che mi fa tremare è composta da incubatrici che proteggono amorevolmente libri d’artista. Sono invitata ad indossare un guanto di lattice, infilare la mando nel buco e sfogliare.
La giovane guida parla, spiega, vuole interagire, mentre io sono completamente paralizzata. Ho compiuto questo gesto nove anni fa, nei primi quattro giorni della vita della mia bambina nata prematura. Quel buco e un biberon sono stati i nostri primi mezzi di comunicazione.

Prendo questa immagine e la metto al caldo, da qualche parte dentro di me. Evidentemente ho ancora bisogno di cullarla, sfogliarla e forse scriverla.

A questo punto il filo rosso che sutura e scrive mi consola, in mostra e nei miei progetti dei prossimi mesi…







Parole semplici, folgoranti, visionarie. Sono a casa. Riparto dal via (le mie macchie, il mio caffè, il mio lavoro). Grazie, Antonio Marras.

