Le bambole daruma sono figurine votive giapponesi senza gambe e braccia. Sono dei barbapapà con barba e baffi e occhi bianchi. La tradizione vuole che usando dell’inchiostro nero si disegni l’occhio sinistro esprimendo un desiderio; ad avveramento del desiderio è possibile disegnare anche il secondo occhio.
I daruma sono tondi, molto spesso rossi, ottimisti: anche se sbatacchiati, restano in piedi grazie al loro baricentro basso.
Per approfondire: Wiki.

Quanti sono i nostri desideri? A quanti diamo la parola? Li teniamo nascosti per oscurarli o per proteggerli?
Su queste domande ho fondato un laboratorio testato oggi all’Osservatorio Figurale.
Come sempre siamo partiti da una struttura-libro, questa volta basandoci sull’incastro di un modulo origami. Poi ciascuno ha ritagliato il personale timbro-daruma e si è avviato sulla strada dei desideri.
Il gruppo di oggi era formato da genitori e figli, dai sei anni appena compiuti ai quattordici. C’erano anche dei papà|

C’è chi ha costruito un libricino piccolo piccolo, a misura di scatolina origami…


Chi ha trovato prove, ma ha scritto le proprie certezze in un alfabeto segreto


Chi ha protetto i desideri con un caldo abbraccio di lana


Poi ci sono i desideri colorati








Chi è amorevolmente squinternato

I bambini sono decisamente kawai.











Gli adolescenti sono attenti, silenziosi, precisi e non mettono una macchia a caso. Mai.




Poi c’è Federico. Che ha sei anni da qualche giorno. Che con il daruma si è fatto un cappello. Che si è disegnato come un personaggio di Satoshi Sugiura ma non lo sa.

Oggi mi sono ricordata di fare una fotografia agli ambienti dell’Osservatorio Figurale vuoto, calmo, in attesa. Ho anche sbirciato sotto il tavolo: un signore mi ha sussurrato “Ricettività”. Prossimo appuntamento: 11 marzo. Come vedete i posti sono limitati.




