Questa volta ho deciso di non utilizzare le attività grafico-pittoriche per sciogliere i grumi di pensiero. Niente inchiostri, niente cartotecnica per arrivare al testo.
In questo percorso siamo corpo e parole e null’altro.
E allora, che il corpo sia comodo. Che si muova un poco per riscaldarsi, all’inizio. Che si aggiusti, si distenda, si rotoli. Che si inlumachi. Si incurvino le schiene, si appoggino alle pareti. Siano ospitali gli angolini di questo pavimento blu mare.
Vale tutto, tranne le gambe nella gabbia del banco.









Nello spazio ridefinito, si ridifinisce anche il tempo.
Non si termina tutti insieme. I precipitosi rileggono, aggiungono.
Chi vuole, condivide. Alcuni si inlumacano ancora di più.

Qualcuno, che all’inizio aveva avuto il brivido del foglio vuoto, chiede un secondo foglio. C’è spazio per tutti, c’è tempo per tutti.

E mentre gli ultimi finiscono, noi insieme, in cerchio, ci diciamo che è stato bello. Ci diciamo che sono emerse immagini positive, ma anche negative. Ci diciamo che è importante imparare a portare alla luce. Ci diciamo che forse questa è una via per dichiarazioni importanti (un coraggioso imbarazzo di qui, un rossore vezzoso di lì).
Ci diciamo: raccontiamo di noi. E il verbale aggiunge e illumina gli scritti che ho il privilegio di leggere qui, ora, mentre sono a casa.
Ma delle parole scritte racconterò in un altro post.
