Un bell’incontro organizzato da ICWA alla recente Bologna Children’s Book Fair è stato dedicato al tema Letteratura per l’infanzia e frontiera. Si è parlato dell’esperienza internazionale Plain Ink, della biblioteca Ibby di Lampedusa e delle iniziative consolidate di ICWA a Scampia.
Il tema mi è caro nella declinazione urbana con cui sono a contatto ogni giorno. Tutti noi, se ci alleniamo a vedere, possiamo incontrare situazioni di frontiera: zone di limite e disagio, ma anche di curiosità fertili e scambi che si fanno motore di azioni sociali e politiche.
Ci tenevo proprio tanto a conoscere la classe del Mago e la maestra Angela Maltoni.
Seguo Angela da anni attraverso i social e il suo Diario di Classe sulla rivista Sesamo, dove documenta attività e prospettive di classi multiculturali in una scuola di Genova. Un’amica virtuale di vecchia data, tuttavia incontrarla e vederla in mezzo ai bambini mi ha profondamente toccato. Perché il suo lavoro mi colpisce così tanto?

Credo che la questione abbia a che fare con la capacità di agire davvero andando al cuore della sfida educativa, perseguendo obiettivi didattici – sì – ma senza dimenticare che il fine ultimo è la costruzione di una solida base di fiducia e rispetto, presupposto per diventare adulti felici. Nella classe che ho incontrato ho visto tradurre queste belle parole, sempre presenti in ogni progetto che abbia a che fare con i bambini, in azioni e sorrisi e ossigeno. Con tutta probabilità, la scuola per questi bambini è uno dei pochi ambienti dove sperimentano e costruiscono gioia e bellezza. Qui vengono davvero visti, riconosciuti, c’è chi li crede “capaci”. Loro sanno e restituiscono. Ci presentiamo e ci scopriamo uguali, molte strade si sono già incrociate nella nostra storia personale.

Questi bambini da tre anni lavorano sul tema della migrazione. Me lo raccontano con competenza e sensibilità citando spettacoli, scambi epistolari e letture. Armin Greder, per esempio.
In vista di una mostra che costruiranno intorno a questo tema, propongo un’attività che coinvolga sia la sfera grafica che quella del linguaggio. Il mio intervento è circoscritto a qualche ora e il lavoro verrà completato con la maestra, perciò propongo un bozzetto e lo valutiamo insieme: forma, errori che diventano la scoperta di una tecnica, tipologia di carta, storia dell’haiku… quante cose può raccontarci una semplice striscia di carta annotata?

Diventiamo sassi. I sassi che si trovano in spiaggia, oggetto per loro quotidiano ma anche protagonisti di un famoso libro di Bruno Munari.
Siamo sassi, ci attraversano strade, abbiamo spigoli che si arrotondano per frizione, ogni incontro un’occasione, la polvere memoria di abbandono, leggerezza di un inizio buono.
Anneriamo, vediamo trame, cancellando e rinunciando individuiamo strade.






Giochiamo con le parole nella forma dell’haiku, poesia nata in viaggio.

Quali sono le parole della migrazione?

Quando propongo di scrivere nella lingua madre, le parole si fanno più profonde.




Memoria intima, racconti di famiglia forse, rielaborazione di riflessioni maturate nei tre anni attraverso letture e confronti… dare forma a tutto questo è possibile se in classe ci sono angoli morbidi, scaramantiche bamboline delle preoccupazioni, pensieri di pace, vita che cresce.





A fine giornata osservo il via vai in stazione, ho il cuore sazio e vedo in ogni passo un possibile nodo d’incontro. Una storia da raccontare.


