Nei giorni scorsi ho tenuto alcuni laboratori presso la scuola elementare di Burago di Molgora, un piccolo centro in Brianza. Gli interventi sono stati calibrati in base alla classe. Le prime e le seconde hanno utilizzato immagini e parole per rivolgere lo sguardo all’interno del proprio essere, percependo il confine tra sé e il resto del mondo. Le terze e le quarte hanno giocato con la poesia, che non avevano mai incontrato, trovando connessioni inattese tra impressioni personali e ambiente. Ogni volta alcuni albi illustrati mi hanno aiutato ad introdurre le attività.
C’è un filo che lega questi interventi: la capacità di entrare ed uscire da sé, in uno scambio continuo di realtà e percezione, gestendo in modo autonomo una piccola gabbia formale (grafica per prime e seconde, la regola della poesia haiku per terze e quarte) e una gran dose di libertà espressiva, talvolta un po’ spiazzante.
“Della nuvola mi piace il fatto che non sta nei bordi” dice una bellissima bambina di terza. Ed è il suo ritratto, anche se siamo tuffati in un laboratorio di scrittura poetica.

C’è un filo che lega figure come la mia (le carte della burocrazia mi definiscono “esperto esterno”) e i professionisti che tutti i giorni si occupano dei nostri bambini: gli insegnanti. È una corda su cui cammino in equilibrio.

C’è un filo e a volte è la rete, a volte un passaparola, un consiglio sussurrato in biblioteca, un nome pronunciato davanti alla macchinetta del caffè.
Ringrazio molto la maestra Elena che ha avviato il nostro dialogo, tutte le insegnanti che mi hanno lasciato entrare nel loro microcosmo per scompligliarlo un poco, Patrizia che ha tessuto la trama di questi incontri e il Comune di Burago di Molgora che ha incoraggiato il dialogo tra servizi bibliotecari e scuola.

C’è un filo che si dipana disegnando figure e scrivendo parole. Parole appena conquistate, piene di energia.


C’è un filo che si articola negli alti e bassi dell’umore.








C’è un filo e lo dico forte e chiaro: non è una catena! è un abbraccio che accoglie. Quel filo si chiama ironia, sorriso, spazio per poter scrivere che la scuola un poco sta stretta (e un bambino sfida: “prova a controllarmi”), che giocare all’aperto è molto meglio. Ho tanto apprezzato il bambino di seconda che ha dichiarato di non amare la scuola: lo ha fatto con grande stile, in un progetto gestito con cura ed equilibrio!















C’è un filo che lega i piccoli ai grandi, il disegno alla poesia.













Grazie bambini, il mondo con i vostri occhi e i vostri sorrisi è proprio un bel posto. Ora esiste tra me e voi un filo che ci unisce.
