Il confronto con gli insegnanti è sempre molto interessante per me. So bene che portare la parola poetica e gli albi in classe può toccare nei bambini e negli adulti corde inaspettate, imprevedibili. E l’imprevisto, nella scuola e nella società di oggi, può essere talvolta vissuto come qualcosa da dover giustificare.
Ieri abbiamo trascorso una intera giornata ad interrogarci sul perché portare la poesia in classe, sulle pieghe del pensiero che nascondono o svelano, su come allentare la tensione che crea inevitabilmente il foglio bianco giocando con le forme libro, con i colori.
Noi che guidiamo le attività espressive ci muoviamo nella tensione continua tra scavo e gioco, tra ciò che è nell’ombra (ma ormai è emerso, è qui) e ciò che è luminoso come una risata scoppiata in un clima ludico e accogliente.
Ognuno di noi ha momenti di protesta: “Non badate a me“, vorremmo dire. Vogliamo spazio, vogliamo uscire dal b(r)anco e dalla logica della valutazione, vogliamo autonomia. Ma nello stesso tempo, con le meravigliose contraddizioni dell’essere umano, chiediamo attenzione, confronto e supporto.
Lo spazio della poesia è pronto ad accogliere la nostra protesta e a trasformarla in parole con le forme e i toni più vari, è un terreno enorme da esplorare, è una mappa che si fa continuamente ridisegnare. Buon viaggio a tutti!
Grazie a tutti i partecipanti, allo staff della Biblioteca Cesare Pavese, al Comune di Parma e a Monica Monachesi seminatrice di bellezza.







